Ricordi #537
C’è un piccolo angolo di casa dove il parquet risuona diverso. Non è un angolo dove transito spesso. Però quando i metto i piedi sopra e faccio quei pochi tre passi il legno canta in modo differente, non anonimo, non sordo, non comune. E’ un suono che mi riporta a un legno che molti tra di voi conosceranno perchè l’hanno calcato molte volte. E’ il legno che sta nei rifugi in montagna, nelle camere con i letti a castello, nella sala da pranzo o dove si gioca a carte la sera, tra sorrisi e battute; che suona in quel modo quando si cammina per la stanza con i calzettoni, preparando lo zaino prima di un’ascenzione o la tappa di un trekking di più giorni, magari su una delle Alte Vie dolomitiche; oppure quando lo si disfa e si toglie tutto ciò che ci ha fatto compagnia in quei giorni; unico riferimento per il sostentamento durante un’ascensione o un bivacco. E solo quel legno, in quei luoghi fa quel particolare suono.
Quando, dunque, senza volerlo, metto i piedi in quell’angolo rivedo me, ragazzino, con mio padre, in quei rifugi, in quelle stanze, su quel legno, a preparare/disfare zaini per quelle ascensioni o escursioni che tante volte abbiamo condiviso, lui insegnandomi “la Montagna” , io assorbendo come una spugna tutte le sue parole. Tutto ciò nonostante io vada tuttora per rifugi e calchi ancora quel legno. Ma quel suono è e sarà quel ricordo. Uno dei mille e più che stanno in una soffitta da qualche parte qui nella testa e che ogni tanto, per un qualsiasi motivo, saltano fuori ricordandomi quanto la mia adolescenza sia stata felice.


Io ogni tanto risento il profumo del legno appena lavato di quando mia madre lavava il pavimento di abete della nostra casa in montagna. Era un lavorone, con la spazzola e la candeggina e oi i giornali in terra per camminare senza sporcare e poi il passaggio finale con la cera.
Era un profumo simile a quello della biancheria appena lavata e come i tuoi rumori mi legano a filo doppio alla mia infanzia.